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La birra dei Shardana – perchè i sardi bevono così tanta birra?

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Storia della birra in Sardegna. Perchè i sardi bevono così tanta birra? I 65 litri per persona bevuti ogni anno dai sardi sono il doppio dei 30 bevuti in media da ogni italiano e competono per il primo posto con Friuli e Sud Tirolo.

La scoperta di un segreto

L’isola di Sardegna è quasi un continente e le sue particolari diversità paesistiche con l’Europa e l’Italia, soprattutto il mare e le bianche spiagge, sono sotto gli occhi di tutti, complici i gossip della Costa Smeralda o i ricordi delle vacanza dei milioni di turisti che da ormai mezzo secolo ne hanno fatto una meta ambita da tutto il mondo.
Le caratteristiche particolari, che formano una identità specifica dei suoi abitanti sorprendono nel loro complesso, a partire dalla lingua e dalle varie forme culturali ed artistiche che accompagnano i prodotti agroalimentari del mare ed agropastorali, i vini ed i liquori tipici. Ma ciò che letteralmente stupisce è il massiccio e diffuso consumo di birra da parte dei sardi.
Si è parlato dell’Isola sorella d’Irlanda per tanti motivi storici e culturali, ma difficilmente si possono raggiungere gli oltre 110 litri di birra bevuti pro capite in Irlanda, anche se i 65 litri per persona bevuti ogni anno dai sardi sono il doppio dei 30 bevuti in media da ogni italiano e competono per il primo posto con Friuli e Sud Tirolo.
Bere birra per i sardi, non è ripudiare l’antica cultura dionisiaca del vino, ma è come un ritornare ad una antica radice della propria Identità felicemente e da poco ritrovata.
Non sono ancora trascorsi cento anni dalla creazione a Cagliari della prima fabbrica di birra la Ichnusa che ha fatto da battistrada, almeno nell’ultimo mezzo secolo ad un più generale e diversificato consumo di birre italiane, europee e di tutto il mondo globalizzato, mantenendo il marchio con la bandiera nazionale dei sardi, i Quattro mori in campo rosso crociato e l’antico nome dell’isola derivato dal greco antico Ichnusa, nel cuore e nei desideri di consumo dei sardi e degli amici della Sardegna in ogni stagione.
Difficile dire se i sardi amino questa birra perché la preferiscono alle altre o perché nel simbolo ritrovano la loro identità di nazione senza stato.
Altra caratteristica peculiare del bere birra in Sardegna, oltre all’elevato consumo pro capite è la ripetitività durante la giornata che non trova riscontri in nessuna regione italiana, neppure in quelle alpine ed eredi della cultura asburgica della buona birra del nord Europa.
Non c’è regalo migliore da portare ad un sardo che lavora all’estero di una bottiglia di mirto ed una di birra Ichnusa, non una birra qualsiasi ed anche fra le migliori che si possono trovare ovunque, ma quella che ricorda l’infanzia, il bar del paese o del quartiere delle città, la tosatura come la pausa in fabbrica o le corse dei cavalli e le sagre dell’interno, il carnevale ed il Natale, la festa del battesimo o un matrimonio, il refrigerio sotto il sole d’estate o in barca a pescare.
Solo a guardarla la birra dei Quattro mori evoca la Sardegna e quasi materializza profumi, ricordi, colori ed affetti indimenticabili ed ancestrali.
Sì, motivazioni anche ancestrali devono essere alla base di un successo così straordinario in un luogo dove il senso comune o una cultura standardizzata sull’argomento dovrebbe non poter prevedere il successo della birra come principale bibita/alimento a basso contenuto alcolico come la preferita dagli abitanti di un’Isola mediterranea calda ed assolata.
Il senso comune dovrebbe unicamente accomunare i sardi ai grandi bevitori di vino greci e romani ed alle immagini omeriche che tanto si riproducono in Sardegna in tanti eventi e comportamenti, soprattutto nelle aree agropastorali e dell’interno.
Questa tradizione bacchica permane e anzi si rafforza con migliori produzioni di vini di grande qualità e che trovano sempre più gradimento anche nell’esportazione, ma la quantità di vini assunta pro capite diminuisce sempre più quasi a compensare la migliore qualità con il minor consumo di questo cibo degli dei.
Trionfalmente, quasi a recuperare il tempo perduto durante un lungo periodo di secoli d’eclisse del consumo di birra da parte dei sardi, in Sardegna la birra è divenuta la principale presenza nelle ore di riposo come d’attività che consentono un modico e sociale consumo di alcol.

La birra è sarda

Non c’è infatti dubbio che la birra sia stata assieme all’idromele ( vino fatto col miele ) la prima bevanda alcolica degli antichi sardi.
La birra probabilmente non ha tardato molto ad essere prodotta successivamente all’adozione dell’agricoltura dalle popolazioni di cacciatori e raccoglitori in ogni parte del mondo abitato nel periodo che va dai 10.000 ai 6.000 anni a.C.
Certamente veniva prodotta in Sardegna durante il neolitico quando i Sardi esportavano l’ossidiana lavorata, l’oro nero di un tempo che non conosceva i metalli, in tutto il mondo allora conosciuto e raggiungibile via mare assieme al grano ed all’orzo dell’Isola, conquistata in seguito per fungere da granaio di Cartagine e poi di Roma, ed all’unico prezioso cibo proteico, ben conservabile e trasportabile dell’epoca, il formaggio ovino sardo.
Fra le tanti, una qualità di birra dei sardi, prodotta dal mosto di grano e orzo e perché addizionato col miele amaro tipico dell’Isola, raggiungeva alti livelli alcolici e conteneva particolari sostanze psicotrope tanto da essere destinata all’esclusivo consumo dei sacerdoti per operare vaticini e guarigioni, entrare in contatto con il sacro e indurre il famoso riso sardonico negli anziani portati cerimoniosamente a morire dalla comunità nel salto della rupe.
Prima ancora dei nuraghi e dell’uso del rame e del bronzo, il Nord Africa occidentale e l’Europa occidentale compresa la Sardegna, circa 4.000 anni a.C. , erano accomunati da una cultura che ci ha lasciato ovunque menhir, circoli, costruzioni e fortezze megalitiche, tombe scavate nella roccia ed accuratamente progettate e dipinte tanto da farci immaginare le antiche abitazioni di quei popoli agricoltori e guerrieri, le loro divinità ed il loro grado di cultura magico-religiosa.

I cereali base della produzione della birra

Residui di cereali, di birra e attrezzature atte alla sua produzione e conservazione, risalenti anche a 4.000 anni a.C. sono stati rintracciati ed esaminati in scavi archeologici in Spagna, Irlanda ed presso tombe, circoli megalitici e abitazioni, come a Stonehenge in Inghilterra.
In Sardegna tracce del consumo di birra sono evidenti anche nell’età del rame dato che le tante testimonianze archeologiche ( vasi contenenti tracce di luppolo in analoghi insediamenti europei ) hanno evidenziato la diffusione della cultura campaniforme nel 2100-2600 a.C., durante la quale i caratteristici vasi, boccali e coppe ( beaker ) venivano usati per la produzione e il consumo della birra.
La coltura dei cereali era arrivata gradualmente sino agli estremi dell’Europa, in Irlanda ed in Scozia, passando per le pianure centrali, la Francia, la Spagna e L’Inghilterra.
Assieme ai cereali la cultura della birra, inventata nel Vicino Oriente, culla del domesticamento dei cereali e della nascita dell’agricoltura, arrivò in terre così lontane e fredde nelle quali meglio del grano cresceva l’orzo per questioni climatiche e soprattutto, anche se lo si fosse voluto non si sarebbe potuta acclimatare la vite, anche allora difficile da coltivare oltre la linea del Reno.
I Sardi continuarono a produrre la birra anche oltre la scoperta e l’uso dei metalli, il rame ed il bronzo e durante tutta la civiltà nuragica.
La metallurgia del rame e del bronzo, in un’isola fortificata dal mare, favorita dalla natura in tutti i sensi, immune da invasioni per millenni e quindi in grado di progredire in civiltà e popolazione caratterizzò la civiltà nuragica, contadina, pastorale, metallurgica, guerriera e navigatrice.
Le sue navi esportavano in tutto il Mediterraneo cereali, bestiame, sale, formaggio ed atri cibi sotto sale, birra, armi di bronzo come un tempo l’ossidiana sino all’Irlanda, la gran Bretagna e le coste atlantiche dell’Africa per scambiare i propri prodotti con lo stagno indispensabile per produrre il bronzo e le armi da esportare come merce di scambio ad altissimo valore aggiunto.
Nei santuari nuragici, presso i pozzi sacri, si festeggiavano per giorni le più importanti ricorrenze, con cerimonie religiose, olimpiadi locali, canti e danze collettive, rimaste attualmente le stesse da millenni, come è evidenziato dai disegni di danzatori in tondo nelle ceramiche di Monte d’Accoddi e dal suonatore di launeddas itifallico, bronzetto ritrovato ad Ittiri e da cui prende il nome.
Durante queste feste, gli antichi storici raccontano delle colossali bevute di birra e vino, caratteristiche del festeggiare dei sardi ancora oggi.
La Sardegna, era allora abitata da popolazioni affini ai popoli europei occidentali con i quali condividevano la comune civiltà megalitica, non presente attorno al Mediterraneo orientale, ed avevano costruito migliaia di torri ciclopiche, i nuraghes dai quali ha preso il nome il mar Tirreno, che significa appunto “mare dei costruttori di torri”.
Queste genti europee e del Mediterraneo occidentale erano originariamente discendenti dalle popolazioni basche sopravvissute all’ultima glaciazione in un ridotto favorevole attorno ai Pirenei da cui si espansero al ritirarsi dei ghiacci, ripopolando il continente europeo e la Sardegna prima delle invasioni indoeuropee dall’Oriente.
Queste popolazioni che inizialmente non conoscevano i metalli erano capaci di vivere in maniera evoluta come dimostrano le pitture rupestri delle grotte di Altamira in Spagna e Lascaux in Francia, dando vita in seguito con l’acquisizione delle competenze agricole nella transizione neolitica, attraverso meticciato con popolazioni provenienti dal vicino oriente o per assorbimento culturale, alla civiltà megalitica dell’occidente europeo.
Solo nel periodo che va dal 1200 al 500 a.C. in Europa occidentale ma non in Sardegna e nella Vasconia ( che conserva la più antica antica lingua europea ), le popolazioni preindoeuropee furono sopraffatte, miscelandosi ad esse, dalle ondate migratorie di popolazioni di origine indoeuropea provenienti da Oriente ed in particolare dall’ultima e più importante ondata migratoria di origine celtica e germanica.
Sino ad allora le popolazioni originarie europee (in seguito lo saranno ancora i sardi geneticamente ed i baschi linguisticamente non essendo stati raggiunti significativamente dalle migrazioni indoeuropee) , non erano etnicamente e culturalmente indoeuropee o semite, come i Cretesi, i Greci, gli Egiziani ed i Libici e i Fenici del Nord Africa.
Di questa civiltà megalitica originaria d’occidente la Sardegna ne costituiva il centro commerciale e militare più evoluto ed in forza della sua posizione geografica dominava il Mediterraneo occidentale.
I nuragici assieme agli altri Popoli del Mare, Etruschi, Liguri, Siculi erano in grado di commerciare attraverso le strette Colonne d’Ercole situate fra la Sicilia e l’Africa, con il Mediterraneo orientale dove primeggiavano a contatto con l’Asia e l’Africa, per forza, civiltà e ricchezza, i Cretesi prima e poi i Greci e gli Egiziani.
Probabilmente avevano anche il monopolio del commercio verso l’Atlantico, attraverso l’attuale stretto di Gibilterra verso le miniere di stagno del Golfo di Guinea e verso l’Irlanda e l’Inghilterra di allora.
Durante l’ultima epoca d’oro la Sardegna era caratterizzata dalle migliaia di nuraghes attorno ai quali sorgevano grandi villaggi agropastorali e metallurgici o città sul mare, dalle quali partivano le navi commerciali e militari per ogni dove Si calcola prudentemente che allora vi abitassero almeno trecentomila persone.
A quei tempi costituiva un numero enorme di abitanti rispetto allo scarso popolamento dell’Europa e del resto del mondo confrontato con i dati odierni, tanto da poter alimentare una spinta espansionistica verso l’oriente più ricco e civilizzato.

L’espansione Shardana verso Oriente

La società sarda di allora sommava in se le caratteristiche tipiche dei popoli conquistatori, buona alimentazione anche proteica, sovrappopolazione, specializzazione nella produzione e commercio di armi, flotte mercantili e da guerra a sostegno di pirati e di un ceto di militari di professione, conoscenza dei paesi del Mediterraneo orientale.
La prima spinta aggressiva verso oriente della quale si ha notizia e durata oltre un secolo, avvenne nel 1236-1223 a.C. con la tentata invasione dell’Egitto avvenuta sotto i Faraoni Mernetptah e Ammenephtes e nel 1198-1166 durante il regno di Ramses III., da parte dei Popoli del Mare.
Ma ancor prima per molti secoli gli Shardana, come erano chiamati i nuragici fra i Popoli del mare erano stati presenti come truppe mercenarie d’élite in Egitto, sotto diversi Faraoni quali Amenhotep nel 1413-1377 a.C. o Akenathon nel 1377-1358.
Le notizie più precise vedono i sardi ed il loro importante ruolo militare nell’impegno come truppe d’élite dell’esercito di Ramses II nella battaglia di Qadesh nel 1300 a.C. combattuta contro gli Ittiti.
Di quella battaglia rimangono fra l’altro, sulle pareti dei templi di Abu Simbel e Medineth Abu, sulle quali è descritta la mischia, le realistiche raffigurazioni dei guerrieri Shardana, simili in maniera eccezionale ai bronzetti dei guerrieri nuragici, che salvarono il Faraone dall’accerchiamento ittita .
Anche dopo la sconfitta dei Popoli del Mare, il Faraone Ramses III gli arruolò nel suo esercito e risultano ancora presenti nel Vicino Oriente nel 1191 a.C. nelle battaglie contro i Filistei.
Per circa trecento anni i sardi nuragici mantennero rapporti militari, politici ed economici con l’Egitto dei Faraoni, insediandosi in piccole colonie sulle sue coste.

Gli scambi culturali col Mediterraneo Orientale

Per queste vicissitudini e come il più importante e forte dei Popoli del Mare che invasero tutto il Mediterraneo e impegnarono duramente anche l’impero egiziano, gli Shardana dalle lunghe navi nere, con gli elmi cornuti, gli scudi tondi e le spade a foglia di mirto, conobbero a fondo la cultura della birra dell’Egitto e di tutto il Medio Oriente, riportando in Sardegna migliori metodi di produzione e nuovi gusti e passioni.
I sardi prima dell’età del ferro avevano rapporti commerciali e diplomatici con la civiltà cretese che produceva e consumava oltre a diverse qualità di buon vino, molti tipi di birra, stipati in innumerevoli anfore marchiate con i nomi dei vini e delle birre, nei magazzini del palazzo di Cnosso, rintracciate negli scavi archeologici che hanno rimesso alla luce quella antica e straordinaria civiltà.
Conobbero e commerciarono con gli Etruschi e i Greci lasciando ex voto di bronzo nel santuario di Delfi e partecipando ai giochi olimpici, nei quali dopo una iniziale resistenza greca in favore del vino da loro pur sempre preferito , la birra divenne la bevanda olimpica sacra.

Il vino e la birra dei nuragici

Ancor prima dell’arrivo dei mercanti Fenici che commerciarono per primi con i Sardi nuragici sulle spiagge dell’isola e in seguito nei loro empori le anfore di vino greco, di Cipro e del Libano, si produceva vino di uve selvatiche ma soprattutto birre ottenibili con la lavorazione dei vari tipi di frumento coltivati in Sardegna, principalmente grano ed orzo.
Il vino sbarcato direttamente sulle coste da abili mercanti stranieri fu la grande novità offerta ai sardi per il loro consumo e per la più forte ebbrezza ottenibile dato il più elevato contenuto di alcool del vino di uva rispetto alla birra..
I Sardi nuragici apprezzarono il vino orientale perché potevano festeggiare con più sfrenate ebbrezze le loro feste cantonali, dimostrare con il possesso di quel liquido potente la superiorità sociale dei nobili, degli sciamani, dei guerrieri e dei ricchi commercianti e forse come altre esperienze storiche dimostrano in tutte le epoche, fu il vino ad aprire la strada ai nuovi conquistatori.
Ed il vino di allora non era come quello odierno, per conservarsi meglio nelle difficili condizioni igieniche dell’epoca, con contenitori non perfettamente stagni, ottenuto con tecniche di vinificazione primitive e basate più su procedimenti magico religiosi che scientifici, veniva prodotto così denso ed alcolico, da dover essere addizionato con resine e sostanze varie e consumato con l’aggiunta di due parti d’acqua per una di vino.
Questa abitudine certificata da Omero nei versi dell’Iliade e dell’Odissea continuò sin oltre l’epoca punica e romana, quando i governanti di Roma che lo bevevano ben allungato con acqua, imposero ovunque fosse possibile nel loro impero la coltivazione della vite e la fornitura del vino e dei cereali a Roma a detrimento della antica produzione della birra nel Mediterraneo, che pur in piccole e particolari quantità non era disdegnata dalle classi dirigenti e dai ricchi dell’Urbe.
In Sardegna iniziarono i Cartaginesi imponendo la cultura intensiva dei cereali, destinati ad alimentare la città africana e i suoi eserciti, in maniera tanto violenta ed esclusiva da vietare la coltivazione degli alberi, lasciandone un minimo per le popolazioni autoctone tanto da causare continue rivolte.
Impiantarono parallelamente la coltura intensiva della vite e sostituirono inizialmente col vino la produzione di birra, ostacolando l’uso dei cereali come materia prima, destinati a Cartagine.
La Sardegna in seguito, trasformata in granaio di Roma, vide la scomparsa della produzione della birra nelle aree romanizzate e il diffondersi della vite. Solo le popolazioni barbaricine continuarono a produrre birra dal grano razziato nelle loro scorribande nelle pianure e nelle fattorie sotto il controllo romano.

La birra è mediterranea

Contrariamente a ciò che normalmente si pensa la birra non è un prodotto naturalmente originario del nord dell’Europa, accomunabile al freddo ed alle nebbie e alle lunghe notti boreali, alle bevute al chiuso in case o locande sotto la neve o al fresco delle corte estati nordiche.
La sua produzione ed il sempre più diffuso consumo in tutto il mondo non è originaria di quelle popolazioni nordiche.
Queste conobbero la birra molto in ritardo rispetto ad altre civiltà che molti secoli prima sfruttarono la conoscenza dell’agricoltura in terre umide, fertili e calde situate nella zona che attualmente contiene l’Egitto, Israele, la Siria, l’Irak, l’Iran e parte della Turchia.
Tutte terre intorno alla Mezzaluna fertile, bagnate da grandi fiumi come il Nilo, il Tigri e l’Eufrate, che videro con la domesticazione e la coltivazione dei vegetali e soprattutto dei cereali la nascita dell’agricoltura e quindi della civiltà.
Quando ancora in Europa si viveva solo di caccia e raccolta, con bande erranti che si spostavano da un luogo all’altro senza ancora conoscere l’allevamento degli animali, nel Medio Oriente s’imparava a selezionare vari tipi di cereali, a seminarli stagionalmente, a raccoglierli e poi ancora a seminarli raccogliendone ancora di più.
Nell’utilizzare questa nuova risorsa alimentare in vari modi, passando dalla invenzione della macinatura all’impasto con acqua per la cottura sul fuoco ed in forno del pane azzimo e successivamente con la scoperta della fermentazione e della produzione del pane lievitato, le prime popolazioni contadine si evolsero localmente per millenni.
Spinti dalle migliori condizioni di vita, dall’aumento demografico e dalla nascita della cultura urbana negli insediamenti fissi costruiti vicino ai campi coltivati, nacquero le prime città e la civiltà dell’uomo.
A partire da circa 10.000 anni a.C. ai 5.000 anni della stessa era, la civiltà contadina si espanse a partire dal luogo d’origine come onde concentriche generate da un sasso nello stagno, sino a raggiungere le estreme periferie d’Europa.
Semplificando si può dire che la civiltà contadina, dalla sua origine, impiegò oltre 5.000 anni per arrivare dal Medio Oriente in Irlanda, in Spagna e nel nord Europa.
Essendo gli spostamenti via mare più facili e veloci, i primi neolitici contadini arrivarono con la corrente mediterranea in Sardegna e nell’Egeo nel 6500 a.C., circa mille anni prima che nel continente europeo.
Questa lunga emigrazione di popoli, di tecnologie e di cultura prende il nome di transizione neolitica e fu probabilmente la prima forma di globalizzazione vissuta dagli esseri umani attraverso l’agricoltura e le sue conseguenze.
Gli agricoltori che si spostavano alla ricerca di nuove terre da coltivare, sempre più lontano dalle loro terre d’origine colonizzavano nuovi campi, abbattendo e bruciando boschi o dissodando pianure e colline oppure convincendo altre popolazioni sino ad allora solo cacciatrici e raccoglitrici ad adottare anche questa nuova produzione di cibo, fondavano fattorie, villaggi, piccole città, allo scopo di produrre un alimento semplice e buono: il pane.
Essi potevano conservare le granaglie essiccate nei silos, prelevandone giusto il tanto necessario da macinare e poi panificare regolarmente, assicurandosi una base alimentare costante anche a fronte di situazioni negative e di carenza alimentare.

La birra e il pane

Storicamente la produzione del pane e della birra sono segnalate contemporaneamente in quanto la panificazione favorita dalla lievitazione era operata dagli stessi lieviti che trasformavano l’amido del mosto di orzo o di grano in zuccheri che si sarebbero successivamente trasformati in alcol e gas anidride carbonica nella fermentazione originaria della birra.
La concentrazione di popolazione e la maggior prolificità conseguente al miglior tenore di vita facilitò l’evoluzione delle popolazioni contadine che si concentrarono in villaggi e creando le città diedero vita alla civiltà, che proprio dai luoghi d’origine dei contadini, la cosiddetta mezza luna fertile nel vicino oriente, s’irradiò ovunque.
La civiltà da allora è caratterizzata dalla produzione del pane e della birra.
Che sia nata prima la birra o il pane è ancora un enigma.
Certo è che le civiltà sumera codificò la fabbricazione della birra, tanto da descrivere la produzione di grossi pani d’orzo, cotti in forno superficialmente e lasciando l’interno umido con i lieviti in grande attività, da spezzettare ed ammollare successivamente in acqua per iniziare la fermentazione che avrebbe poi portato alla produzione della birra.
Successivamente nella grande Babilonia la birra divenne un prodotto quasi industriale, regolato da ferree leggi dello Stato e dal larghissimo consumo, quasi un diritto per ogni cittadino che a seconda del suo ceto e censo aveva diritto dal minimo di due litri giornalieri di birra per l’operaio ai cinque o sei litri per i sacerdoti, i generali ed i funzionari di governo.
La birra non era più un sottoprodotto della panificazione o un prodotto parallelo, ma costituiva una parte importante dell’alimentazione dei Sumeri.
Anche il Pantheon sumero e successivamente assiro-babilonese ed egiziano conteneva Dei e storie mitico-religiose che si rapportavano alla birra, ai suoi effetti, al suo valore sociale e spirituale, mentre i Re ed Imperatori godevano di birre speciali e particolari che li avvicinavano, se non proprio trasformandoli in Dei in terra durante le libagioni.
L’importanza della birra e della complessa logistica agricolo-industriale-distributiva necessaria per un così ampio consumo, nel tempo si evolse tanto da trasformare la birra in una importante ed indispensabile forma o parte di salario, utile in qualsiasi attività soprattutto in quelle fisiche e manuali.
Questa particolare forma di distribuzione venne specializzata nei millenni di vita della civiltà egiziana, durante la quale vennero prodotte tantissime varietà di birra, da diversi cereali e attraverso la loro maltizzazione, destinate a schiavi, uomini liberi, militari, nobili e Faraoni.
Esiste un’immensa letteratura in merito tanto che possiamo ben dire che l’egiziano medio bevesse quasi esclusivamente birra durante la sua giornata, ad iniziare dagli operai che costruivano monumenti o piramidi e che ne ricevevano minimo due litri ogni tre ore, per passare ai tre litri dei capomastri ed ai quatto-sei dei funzionari e militari.
Bere birra era indispensabile nella società egiziana per mantenere ad un giusto livello energetico l’alimentazione e per reidratare il fisico in un clima caldo e a fronte di attività fisiche impegnative.
Da sottolineare come fra i Sumeri, i Babilonesi e gli Egiziani ( come fra i Cinesi che nello stesso periodo storico consumavano tantissima birra anche di riso) la creazione delle grandi città, vicino ai grandi fiumi, ai pozzi e alle sorgenti, si ponessero grandi problemi d’inquinamento naturale e soprattutto d’origine umana e animale delle fonti di acqua per uso alimentare.
Era fondamentale bere acqua esente da batteri che potessero innescare malattie e grandi epidemie. La birra ottenuta da acqua portata ad alte temperature per innescare la fermentazione e liberata da tanti microrganismi nocivi dalla fermentazione stessa ed in presenza di un potente antisettico prodotto come l’alcol, costituiva la bevanda ideale per prevenire malattie conseguenti all’ingestione d’acqua inquinata.
Anche gli egiziani producevano la birra di diverse qualità, bionda o rossa e scura, addizionata con sostanze aromatiche, ricoprendo i pani da birra con miele od altre sostanze zuccherine per aumentare il grado alcolico.
Questa produzione durò nei millenni, scontrandosi negli ultimi secoli con la propensione al vino d’uva dei Greci e delle civiltà ellenistiche che influenzarono anche l’Egitto e soprattutto dei romani che consideravano in genere la birra una bevanda per donne, mentre il vino riscuoteva migliori favori dai virili fondatori dell’impero che si estendeva dalla Siria al vallo Adriano in Scozia.
I romani avversarono la produzione di birra per convogliare tutti i cereali producibili nella periferia calda dell’impero a Roma.
Costituirono il monopolio del vino che invece era venduto a caro prezzo in sostituzione della birra ai popoli soggetti.
In Sardegna vietarono la produzione della birra seguendo l’esempio dei cartaginesi, primi dominatori esterni, per poter inviare tutto il grano a Roma come prima a Cartagine.
Ma i Sardi non furono mai sconfitti e si rifugiarono all’interno montuoso dell’Isola, chiamata dai romani Barbagia o luogo abitato dai barbari.
Da lì scendevano per rapinare gli agricoltori in territorio romanizzato, preda principale non il bestiame, di cui erano allevatori, ma il grano e l’orzo che serviva non solo per il pane ma anche per la birra.
Storici romani raccontano che le tribù barbaricine spesso erano vittime di agguati romani quando si riunivano per festeggiare e divenivano facili vittime dei legionari per la grande quantità di birra che avevano bevuto in quelle occasioni.
Solo nelle terre del Nord Europa la vite non dava frutti utili alla vinificazione e vivevano popolazioni di origine celtica che avevano continuato la tradizione birraia delle prime popolazioni megalitiche di contadini insediati sin nella periferia fredda europea, Irlanda, Scozia e Scandinavia. Anche nella Gallia e Spagna e Inghilterra, conquistate dai Cesari ed oltre i confini imperiali dove vivevano liberi i cosiddetti barbari germanici, si continuò a produrre birra, tanto da mantenere nei secoli la tradizione, innovare la produzione e diffonderla con la rivoluzione industriale tanto che giungesse sino a noi con i risultati attuali con una nuova diffusione globale in tutti i continenti.
Purtroppo le terre d’origine della birra, in conseguenza della conquista araba e della conseguente islamizzazione che considera vietato il consumo di alcolici, hanno visto scomparire da tutta la sponda sud del Mediterraneo e dal Vicino Oriente la produzione della birra, fatto salvo lo sporadico consumo di birra analcolica prodotta in tempi moderni.

Birra in: un ritorno a casa Sardegna

Sono tanti i fattori che hanno portato soprattutto nel secolo passato ad un’espansione della produzione e del consumo della birra nel mondo.
Si può dire che le due grandi bevande a contenuto alcolico preferite dall’uomo, il vino e la birra, si sono diffuse in ogni continente ed in ogni latitudine, sconvolgendo consuetudini radicate ed aprendo nuove prospettive produttive, qualitative e commerciali.
La birra dal mondo nord europeo ed il vino dalle società mediterranee, sono stati esportati ovunque alla ricerca di mercati nuovi e migliori opportunità.
Si nota attualmente un certo riequilibrio nei consumi nelle società un tempo molto caratterizzate da una o l’altra bevanda.
Dove si consumava solo vino, diminuisce il consumo di vino ed aumenta quello della birra.
Nei paesi forti bevitori di birra diminuisce il consumo di birra ed aumenta quello del vino.
In ogni caso questo è un processo graduale e con uno sviluppo costante.
Solo in Sardegna l’inversione di tendenza ha registrato una velocità inusuale a favore della birra facendo registrare un particolare “caso Sardegna”.
Non è difficile poter dire che questo fenomeno, dai contorni che si potrebbero meglio esplorare, ha confermato la mediterraneità della birra e come l’aderenza di fattori socioclimatici tipici di una zona geografica temperata abbia favorito un miglior consumo di questa bevanda.
Tutto ciò permette di poter identificare nelle aree temperate se non proprio calde del pianeta, in ragione delle origini della birra, un magnifico e futuro mercato di elezione per il consumo di birra e per una innovativa produzione che tenga conto di particolari caratteristiche necessarie per proporre prodotti adatti alle caratteristiche climatiche e culturali dei consumatori, evitando di proporre prodotti e messaggi tradizionali ed ottimi per aree tipicamente nord europee ma inadeguati o non sufficientemente dinamici per aree geografiche e culturali di tipo mediterraneo e rintracciabili in ogni parte del pianeta.
Mentre è più facile riuscire a offrire tipi di birra adatti ad aree di tipo mediterraneo, fra le tantissime varietà prodotte o con nuove rielaborazioni di prodotto, meno agevole risulta ricostituire un complesso di messaggi, stereotipi, archetipi, miti, che sostanzino con un discorso complesso, intellegibile non solo a livello conscio e legato alla cultura anche ancestrale dei nuovi fruitori, un impegno di mk&co. utile per conquistare nuove ed importanti quote di mercato.
Il caso Sardegna è in ogni modo illuminante, la birra che nei comportamenti si ritiene propria e come consumata da sempre, caratterizza l’identità dei moderni sardi consumatori, costituendo parte di questa identità quasi fosse un elemento dell’eredità culturale degli antichi progenitori..
La birra Icnusa, dal nome della Sardegna antica, nata col simbolo della bandiera della Regione/Nazione Sarda, possiede il privilegio della primogenitura nell’aver offerto l’antica bevanda ai sardi dopo secoli d’oblio, continua la sua leadership malgrado le offensive della concorrenza interessata ad un ricco mercato tesaurizzando nella comunicazione la certezza/mito di essere stata la birra la bevanda bevuta dai sardi nei primi millenni della propria storia.
Il caso costituito dal grande consumo di birra in Sardegna non solo può essere un punto di riferimento per la commercializzazione di questo prodotto, ma può essere utile per iniziare un nuovo processo di comunicazione innovativo, per affrontare casi analoghi ed altri prodotti per i quali possono essere esplorati nuovi traguardi, anche d’esportazione qualificata, basandosi sul recupero della loro mediterraneità e sardità come della valorizzazione di miti fondanti analoghi a quello costituito dall’attuale grande consumo di birra dei sardi interpretato quasi come un ricordo biopsicologico dell’antico consumo da parte della società nuragica.
 

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