Consiglio – fondi ai gruppi – Diciotto gli indagati

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    Fonte: Unione Sarda – Solo Peppino Balia (Ps) e Paolo Maninchedda (Psdaz) sono esclusi dall’indagine: c’è la prova che i soldi, destinati alla loro attività politico-istituzionale, non sono mai transitati sui loro conti. C’è l’unico europarlamentare sardo, Giommaria Uggias, Italia dei valori. Ci sono i consiglieri regionali Tore Amadu, Oscar Cherchi, Renato Lai e Pietro Pittalis del Pdl, Mario Floris dell’Uds, Alberto Randazzo dell’Udc, Adriano Salis dell’Idv. Ci sono gli ex consiglieri regionali Giuseppe Atzeri del Psd’Az, Carmelo Cachia e Beniamino Scarpa del Pd, i socialisti Maria Grazia Caligaris, Raimondo Ibba e Pierangelo Masia, Raffaele Farigu del Nuovo Psi, Giuseppe Giorico ex Udeur, Sergio Marracini dell’Udc, Salvatore Serra della Sinistra autonomista.

    Pesca da destra a sinistra passando per il centro l’inchiesta della Procura cagliaritana sui fondi destinati ai gruppi consiliari. Nel registro degli indagati ci sono tutti i consiglieri regionali transitati nei gruppi Misto e Sardegna Insieme nel corso della passata legislatura. Tutti tranne Peppino Balia del Ps e Paolo Maninchedda del Psd’Az, i soli a non aver fatto transitare sul conto corrente personale i soldi del gruppo pur destinati alla loro attività politico-istituzionale. Si sapeva che sono due e soltanto due i consiglieri per i quali c’è già negli atti la prova che hanno agito nel rispetto della legge e ieri mattina, quando è diventata di dominio pubblico la notizia che il sostituto Marco Cocco stava indagando su tutti i consiglieri dei due gruppi nel mirino, i nomi sono circolati insistentemente nei palazzi della politica. Solo Balia e Maninchedda non hanno neanche mai visto un centesimo, hanno sì speso i fondi ma sempre e soltanto nel rispetto della legge, e quando si è trattato di ottenere il rimborso hanno consegnato la nota spese al presidente del gruppo che ha provveduto al pagamento dei fornitori.

    Tutti gli altri restano sulla graticola giudiziaria in attesa di scrollarsi di dosso un’accusa gravissima: peculato. Il sospetto è che abbiano utilizzato i fondi stanziati dalla presidenza del Consiglio regionale per fini diversi da quelli previsti dalla legge. Non sono piccole cifre: 2.500 euro per ogni consigliere, tutti i mesi, per l’intera legislatura.

    L’inchiesta è a una svolta ma è tutt’altro che conclusa: il sostituto Marco Cocco deve ancora controllare i conti correnti dei due gruppi. Attraverso quei resoconti potrà verificare se i fondi siano transitati sui conti personali per poi andare a verificare i movimenti bancari dei singoli consiglieri regionali e accertare se i soldi ottenuti attraverso il fondo siano stati effettivamente spesi per le attività indicate esplicitamente dalla legge. È ovvio che gli inquirenti qualche carta in mano devono averla già da tempo altrimenti non avrebbero potuto escludere Balia e Maninchedda e indagare su tutti gli altri.

    I fondi vengono stanziati ogni anno dal Presidente del Consiglio in forza di una legge regionale del 1990 e rappresentano un contributo per l’attività politico-istituzionale dei singoli gruppi: 2.500 euro al mese per ogni consigliere. Quei soldi non sono destinati però al singolo consigliere regionale bensì al gruppo al quale appartiene. Oltre le quote per l’organizzazione dell’ufficio e per i dipendenti in cinque anni di legislatura i gruppi ricevono complessivamente per l’attività politico-istituzionale oltre 16 milioni di euro. Di questi soldi i gruppi devono render conto alla fine dell’anno secondo uno schema preciso che prevede diverse voci e un generico “altre spese”, non è invece richiesta la documentazione della spesa.

    L’inchiesta deve dunque accertare non se i singoli consiglieri aderenti ai gruppi Misto e Sardegna Insieme abbiano incassato quei soldi ma se li abbiano effettivamente spesi per la loro attività politico-istituzionale. Soltanto per due consiglieri, Manichedda e Balia, c’è già questa certezza: dai documenti fin qui controllati dal magistrato risulta che hanno mandato il rendiconto delle loro spese al presidente del gruppo il quale ha poi provveduto a pagare i fornitori. Quindi, nelle mani di quei due consiglieri non sono neanche mai transitati i fondi.

    L’inchiesta è partita dopo l’esposto della funzionaria Ornella Piredda per mobbing: per dieci anni, fino al 2005, aveva lavorato per diversi gruppi consiliari. Quando era alle dipendenze di Rifondazione comunista si era rivolta alla Commissione provinciale del lavoro e il procedimento si era chiuso con una transazione: 60.000 euro e uno scatto in busta-paga legato all’attribuzione di una qualifica superiore. Con quei soldi Ornella Piredda aveva comprato un appartamento. Poi però era stata trasferita al gruppo Misto e le era stato negato il precedente trattamento retributivo: non potendo più pagare il mutuo aveva dovuto vendere la casa. A quel punto aveva posto al presidente del Gruppo Misto il problema della rendicontazione dei fondi. Il mobbing sarebbe cominciato proprio allora.

    La funzionaria ha fatto ricorso al giudice del lavoro e poi ha presentato un esposto in Procura. Sentita dal pm Marco Cocco ha parlato della ripartizione dei soldi ai gruppi.

    Nelle settimane successive l’ex Presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu ha chiesto e ottenuto un colloquio col Procuratore Mauro Mura e il pm Cocco per spiegare che, in realtà, era tutto in regola. In quell’occasione Spissu ha consegnato le carte sull’attività dei gruppi con specifico riferimento ai fondi stanziati per i singoli componenti. C’è stato pure un momento in cui si è rischiato il conflitto istituzionale tra Consiglio regionale e Procura della Repubblica. Voci insistenti che non hanno, però, mai trovato conferma negli atti ufficiali e tutti i documenti chiesti dalla magistratura per far luce sulla vicenda sono stati puntualmente consegnati dall’Assemblea di via Roma.

    Così l’inchiesta è andata avanti, in gran segreto: al Palazzo di giustizia di Cagliari sono stati sentiti diversi testimoni, sono passate al setaccio le carte del voluminoso fascicolo e di recente si è arrivati all’iscrizione nel registro degli indagati di 18 consiglieri consiglieri regionali per peculato.
     

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