Ma l’ombrello non è per i cagliaritani

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    L’ombrello non è cagliaritano: mica siamo irlandesi. Quest’inverno tempestoso a Cagliari ce lo ricorderemo come l’anno della nevicata: è da ottobre che l’acqua viene giù a secchiate e siamo ad aprile, ogni goccia un barile (pieno). E se è vero che per Sant’Efisio e soprattutto per l’inaugurazione della Fiera la tradizione ci ha spesso riservato una robusta scuttulata di qualche ora è vero pure che a Pasquetta il primo sole e il primo tuffo non ce l’hai mai negato nessuno. La pioggia non fa parte della cultura dei cagliaritani: mica siamo irlandesi.
    I titolari di impermeabile, ad esempio, sono pochissimi e tutti noti alle forze dell’ordine: qualche maniaco che indossa il trench anche ad agosto a Calamosca e qualche sedicente manager che pensa di essere a Londra e che la finanza e la borsa siano cose serie. Stesso discorso per gli ombrelli: non sono armi improprie, non mordono, è che ci manca la tradizione. Li dimentichiamo ovunque perché non siamo abituati a portarli. Molti giacciono nel portabagagli dell’auto: previdenti, li abbiamo sistemati lì il giorno che l’abbiamo comprata e abbiamo coscienza di averli esattamente quanto ci ricordiamo che è importante gonfiare i pneumatici. Ecco perché, quando piove guidiamo lenti come se fossimo
    in processione e diventiamo tutti il sogno proibito dei venditori ambulanti: i loro ombrelli usa e getta vanno via come il maialetto a Natale. Certo, se c’è vento dopo dieci metri di camminata quell’ombrellino è inutilizzabile: ma per cinque euro francamente cosa pretendiamo?

    Claudio Cugusi
    giornalista
     

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