Dossier “2011 Sardegna nello spazio” – La Sindrome di Quirra

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Poligono Salto di Quirra

Poligono Salto di QuirraBasi, poligoni, servitù militari in Sardegna e ‘La Sindrome di Quirra’ – Articolo di Mario Carboni. L’attività delle basi militari in Sardegna è stata più volte turbata in anni recenti dalle denunce e dai risultati ottenuti da medici e scienziati indipendenti. Un esempio clamoroso è quello della base USA dei sottomarini a propulsione ed armamento nucleare nell’arcipelago della Maddalena dove, alle denunce dei medici, alle evidenze epidemiologiche, ai rilievi indipendenti della presenza in mare di isotopi radioattivi le autorità politiche e sanitarie hanno sempre risposto con commissioni d’inchiesta e pareri rassicuranti di illustri accademici. Questo impressionante susseguirsi di denunce indipendenti e di indagini ufficiali, dagli esiti immancabilmente tranquillizzanti, ha avuto finalmente fine solo nell’inverno del 2008, con la ritirata della marina USA dall’arcipelago.

Anche dopo la chiusura definitiva della base della Maddalena resta attiva in Sardegna una imponente struttura militare finalizzata principalmente all’addestramento e alla sperimentazione di nuovi armamenti.

Le attività più importanti si irradiano dall’aeroporto militare NATO di Decimomannu verso i tre principali poligoni di tiro: quello di Capo Teulada (aeronavale e mezzi corazzati), quello di Capo Frasca (bombardamenti aerei) e combattimenti aerei elettronici e quello di Perdasdefogu-Quirra (dedicato principalmente alle attività missilistiche e di sperimentazione).

Recentemente l’attenzione pubblica si è concentrata su questa ultima area al centro di grandi interessi strategici ed economici, con imponenti progetti di ampliamento e di investimento da parte dell’industria militare.

Una serie di denunce da parte di medici di base e di comitati locali di cittadini si sono susseguite a partire dal 2001, facendo emergere una situazione sanitaria preoccupante nei territori limitrofi al Poligono Interforze Sperimentale dell Salto di Quirra (PISQ).

A queste denunce sono poi puntualmente seguite le smentite ufficiali e le commissioni d’inchiesta tranquillizzatici.

 
Incidenti, malformazioni, malattie. La genesi della “Sindrome di Quirra”

La giustificazione data per il fatto che vi fossero in Sardegna zone militari così estese è sempre stata quella che si tratta di territori scarsamente abitati.

In realtà nei 10 comuni limitrofi al PISQ risiedono circa 26.000 persone (censimento 2001) la cui convivenza con la struttura militare è sempre stata difficile.

A meno di cento Km in linea d’aria vive la più grande area urbanizzata della Sardegna, l’area vasta di Cagliari con centinaia di migliaia di abitanti battuta dagli stessi venti che soffiano nel Salto di Quirra.

Tutte le basi e poligoni in Sardegna gravitano in grandi aree abitate ed oggi con lo sviluppo turistico sopratutto estivo incombono su milioni di sardi e vacanzieri di fuori.

Non si tratta solo dell’esproprio dei terreni tolti alle comunità nel passato e ritenute povere allora, tranne le arre agricole fertili ma ora di altissimo valore e dei problemi economici che dalla militarizzazione ne derivano, ma anche dei frequenti incidenti, dell’inquinamento e delle malattie conseguenti.

Nel 2001 il dottor Pili, medico e sindaco di Villaputzu, ha denunciato per la prima volta il fatto che nella minuscola frazione di Quirra, incastrata tra le due zone del poligono, vi fosse un’incidenza assolutamente anomala di tumori emolinfatici (14 casi su appena 150 abitanti).

Poco tempo dopo alcuni amministratori del paese di Escalaplano denunciavano e documentavano una incidenza di nati malformati assolutamente fuori dall’ordinario.

In tutti questi paesi non vi sono attività industriali e l’unica possibile fonte di inquinamento è il poligono militare.

In quella occasione la stampa ha coniato l’espressione di “Sindrome di Quirra”, riprendendola dalla ben nota “Sindrome del Golfo” di cui si è parlato molto in quegli anni, in rapporto ai rischi connessi all’impiego di uranio impoverito nei proiettili perforanti.

Le autorità militari si sono immediatamente preoccupate di smentire queste notizie e il Ministero della Difesa ha incaricato nel 2002 il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Siena di compiere rilievi nel perimetro del poligono. I risultati, resi noti nel 2004 rivelavano che la concentrazione di Uranio nei campioni di terra prelevati era simile a quella naturale.

Era chiaro che la ricerca di uranio radioattivo, cioè di radioattività pericolosa, avrebbe avuto questo risultato mentre le ricerche sarebbero dovute essere indirizzate verso l’uranio impoverito, che notoriamente non è radioattivo e i composti nanometrici e velenosissimi che si formano con il loro impiego bellico o di sperimentazione di proiettili perforanti, utilizzati con artiglierie, razzi , aerei ed elicotteri.

Benché la tecnica di rilevamento fosse assai discutibile è verosimile che i problemi sanitari riscontrati nella popolazione non si debbano imputare al solo Uranio Impoverito;

l’area interessata infatti è anche troppo vasta e le quantità di inquinante richieste per produrre gli effetti osservati sono tanto grandi da apparire difficilmente rintracciabili in quanto diluite nel territorio o spostate da forti venti.

Verò è che, come recentemente dimostrato, i composti generati da eventuali impatti di proiettili perforanti con punte all’uranio impoverito o anche al tungsteno-molibdeno, potrebbero essere proprio quelli caratteristici delle sindromi dei Balcani e del Golfo, rintracciati nei tessuti di persone e animali e quindi probabilmente entrati anche nella catena alimentare o diffuse nell’aria con il vento verso le zone abitate o fra i pastori che pascolavano nel poligono.

Un risultato importante viene ottenuto nel 2003 grazie a un veterinario di Escalaplano che ha raccolto un agnello nato malformato (un evento particolarmente frequente in quelle campagne) e lo ha consegnato alla dottoressa Gatti per effettuare analisi.

Risulterà che negli organi dell’animale erano contenute un gran numero di particelle nanometriche sferiche di antimonio e cobalto.

Indagando indipendentemente la dottoressa Gatti aveva trovato lo stesso tipo di inquinante nel liquido seminale e nei tessuti di militari ammalatisi per la misteriosa “Sindrome dei Balcani” o dopo aver lavorato nei poligoni.

Infine nel 2004 la dottoressa Gatti si reca al PISQ su incarico della ASL di Cagliari, dove rinviene particelle nanometriche di metalli pesanti (piombo, silicio, cromo, bismuto) nelle vasche di raffreddamento dei motori dei missili e nei tessuti di alcuni abitanti di Villaputzu ammalati di tumore.

Particelle di questo tipo non esistono in natura e si possono formare solo a temperature altissime, come quelle originate dalla combustione del propellente di un razzo o dall’impatto di un proiettile perforante contro una corazza.

La pericolosità di queste particelle è legata alla loro capacità di penetrare i tessuti superando tutte le difese naturali, al fatto che non possono essere espulse dall’organismo, che sono estremamente reattive e verosimilmente teratogene e cancerogene.

Inutile dire che il Ministero della Difesa ha intrapreso nel marzo 2008 una attività d’indagine ambientale che aveva tra i suoi principali obbiettivi, come dimostrano i recenti risultati presentati, l’intento di tranquillizzare la popolazione, proprio quello di verificare l’eventuale presenza nell’ambiente di nanoparticelle di metalli pesanti.

Due dei dei possibili agenti inquinanti all’origine della “Sindrome di Quirra” sono quindi i derivati non più radioattivi dell’uranio utilizzati dall’industria militare, eventuali isotopi radioattivi dell’uranio e le particelle nanometriche di metalli pesanti e leghe non presenti in natura generate da esplosioni di armi o dalla combustione ad alte temperature di sostanze chimiche velenose e cancerogene contenute nei propellenti per razzi che a migliaia di tonnellate sono state bruciate negli anni e continuano ad essere bruciate nel poligono per le attività missilistiche.

 Verosimilmente non sono i soli.

Quella del PISQ è infatti una situazione estremamente complessa, nella quale le possibili cause di inquinamento sono molteplici ed è probabile che concorrano tra loro all’insorgenza di patologie.

Altri due potenziali fattori di rischio sono immediatamente identificabili: oltre agli inquinanti chimici presenti nei propellenti e negli esplosivi utilizzati negli ordigni sono presenti gli intensi campi elettromagnetici generati dagli apparati (radar e dispositivi per la “guerra elettronica”) del poligono.

La possibilità di indagare accuratamente i vari aspetti si scontra col segreto assoluto riguardo alle attività militari: le ditte che affittano il poligono autocertificano le proprie sperimentazioni, sancendo l’affidamento del gregge ai lupi, senza un totale controllo civile indipendente su quanto avviene all’interno del poligono.
 

Il Poligono Sperimentale Interforze del Salto di Quirra (PISQ)

Il Poligono Interforze Salto di Quirra (P.I.S.Q.) è stato istituito nel 1956 in un’area della Sardegna orientale al confine tra il Sarrabus-Gerrei e l’Ogliastra.

Si articola in due aree demaniali;

la zona interna è indicata come “poligono di Perdasdefogu” dal nome del comune in cui è insediata la struttura di comando;

la zona costiera è denominata “distaccamento di Capo San Lorenzo”.

E’ il più vasto poligono terrestre, aereo e navale d’Italia, si estende per 11.600 ettari nell’entroterra (Perdasdefogu) e 1.100 ettari sulla costa per una lunghezza di circa 10 chilometri (Capo San Lorenzo).

Complessivamente si tratta di 13.000 ettari espropriati al territorio di ben 10 comuni limitrofi.

Il PISQ ha avuto nel passato una grande importanza strategica, basti ricordare lo sviluppo del progetto Alfa, il missile italiano a media gittata (1600 Km) destinato ad essere armato con testate nucleari, sperimentato al poligono di Perdasdefogu-Quirra tra il 1971 e il 1976.

Questa importanza il PISQ la mantiene ancora oggi, è infatti l’unica struttura in Italia adatta per:

– Tiro a fuoco con sistemi d’arma a lunga e media gittata (sia artiglierie che razzi).

– Prove operative con aerei senza pilota (i cosiddetti Droni).

– Sperimentazione e addestramento all’uso di bombe di precisione a guida laser.

– Sperimentazione degli effetti di esplosioni e incendi su corazzature, gasdotti, oleodotti (attività svolte anche dall’ENI).

 
Ad ulteriore conferma di questo ruolo di punta nell’addestramento e nello sviluppo di nuovi armamenti bisogna ricordare anche che:

– Il PISQ è il poligono dell’aeronautica militare italiana destinato alle esercitazioni di “guerra elettronica”.

– Vi si svolgono le esercitazioni a fuoco dei corpi speciali, come quelli degli incursori del Col Moschin e del COMSUBIN.

– Le prove della navetta spaziale riutilizzabile senza pilota, portato avanti dal consorzio CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali), partono dal vicino aeroporto di Tortolì appoggiandosi alla struttura del PISQ.

– Viene effettuata la prova-motori dei veicoli spaziali come il vettore Ariane e il razzo Vega (di produzione Avio).

– Vi si svolgono le prove per la messa a punto di aerei ed elicotteri da guerra, in particolare nel passato è stato qui sviluppato il Tornado e l’AMX, mentre attualmente si svolgono le prove dell’elicottero A129 Mangusta e del caccia Eurofighter (in appalto alla Vitrociset).

 La vocazione principale del PISQ rimane quella della sperimentazione e della valutazione dei sistemi missilistici.

A questo scopo, è dotato di una sofisticata struttura per il tracciamento delle traiettorie che comprende, tra l’altro, 7 stazioni radar per la sorveglianza dello spazio aeronavale e 6 stazioni radar di puntamento Ris-3C, per l’inseguimento del bersaglio.

I servizi tecnici del PISQ sono gestiti dalla Vitrociset (con un contratto da 18 milioni di euro l’anno) e tutte le strutture sono intensamente impiegate dall’industria militare privata che noleggia il 44% del tempo di attività del poligono alla tariffa media di 50.000 euro l’ora.

Sul PISQ esistono al momento importanti progetti di investimento, allargamento delle attività e privatizzazione:

– Il ministero della difesa ha avviato la realizzazione di una striscia tattica, ovverosia di una pista di atterraggio utile sia alla sperimentazione di velivoli senza pilota che all’atterraggio di aerei da trasporto militari e all’addestramento dei caccia.

– Vi è un progetto avanzato di “privatizzazione” del poligono, nel senso che la sua gestione verrebbe passata dall’aeronautica a una società mista, pubblico-privata, nel quale l’industria militare sarebbe rappresentata direttamente nel consiglio d’amministrazione.

Il processo di privatizzazione si è al momento arrestato in seguito alle denunce e alle proteste per l’inquinamento e le conseguenze sanitarie che le attività del PISQ hanno sulla popolazione.
 

 Come individuare gli eventuali fattori di rischio della Sindrome di Quirra?

Bisognerebbe una decisa indagine acquisendo tutti gli elementi necessari, ma invece di cercare per la difficoltà e complessità del compito, i classici aghi nel pagliaio, viste le molteplici attività pericolose che si svolgono da mezzo secolo nel Poligono, basterebbe rendere pubblico ciò che ai militari ed alle industrie che usano il poligono è ben noto:

  1. Quali propellenti chimici e in quali quantità sono stati usati ogni anno dall’inizio delle attività?

  2. In quali zone precise si sono concentrate le combustioni di questi propellenti ?

  3. A quali temperature sono avvenute ed avvengono queste combustioni?

  4. Quali erano i venti preponderanti durante le combustioni?

  5. Quali e quanti esplosivi sono stati usati nelle attività d’addestramento e sperimentazione?

  6. Quanti e quali proiettili anticarro o anticorazzature e comunque penetranti sono stati usati negli anni?

  7. Fra i penetratori avanzati, quanti e quali sono stati usati con punte all’uranio impoverito o con metalli o leghe speciali?

  8. Quanti apparati radaristici sono in funzione, con quali evoluzioni tecnologiche, con quali caratteristiche, dove sono situati e dove prevalentemente irradiano e per quanto tempo?

Basterebbe avere a disposizione queste risposte, anche rivolte ad una commissione capace di essere riservata su eventuali segreti militati vitali e tecnologici, per aver la diagnosi che tutti aspettano sulla sindrome di Quirra. 

Ma i militari fanno il loro mestiere in colonia, sotto la direzione dei politici colonialisti, mentre noi sardi dimostriamo d’avere il classico anello al naso, non perché protestiamo per un piccolo incidente professionale di routine in un poligono missilistico né perché spaventati e preoccupati dalle tante malattie mortali e malformazioni che evidentemente sono evidenti e legate alle attività militari e di business internazionali che coprono. Anzi dovremmo protestare di più ancora e più spesso, magari con proposte costruttive almeno per noi.

Ma siamo fermi ad un modo vecchio e datato di fare antimilitarismo e non abbiamo nessuna idea di che cosa sia oggi il poligono di Quirra, cosa effettivamente vi si faccia, quali trasformazioni nel suo impiego legate all’industria civile ed alle alte tecnologie sia avvenuto, quale ricchezza ci venga sottratta sotto il naso.

Mi piace pensare che un giorno sia tutto chiaro, che sia accettato che la sindrome di Quirra dipenda da pregresse e presenti attività svolte nel poligono, che siano individuati i fattori di avvelenamento ed inquinamento.

Siano quindi rese possibili tutte le attività di stop alle pratiche pericolose o messe sotto sicurezza come oggi si impongono le marmitte catalitiche alle automobili affinché il loro inquinamento venga controllato e ridotto.

Venga ripulito, con investimenti statali e con fondi risarcimento-contributo delle industrie private che hanno determinato il suo avvelenamento e vogliono continuare a utilizzare il poligono, rinaturalizzando il territorio ed eliminato ogni deposito di inquinanti, riportando il Salto di Quirra alle caratteristiche ancestrali.

A questo punto il territorio dovrebbe ritornare nella sovranità dei sardi, il demanio militare restituito al demanio regionale.

Dovrebbe essere allora costituita un’Agenzia, anche internazionale, civile e militare, con la presenza determinante della Regione sarda e delle Comunità più interessate, perché diventi un centro di ricerca, sviluppo e sperimentazione le cui ricadute economiche, in investimenti, infrastrutture, formazione scientifica ed occupazione, siano a misura dell’apporto dei sardi e della Sardegna, del fatturato globale da essa generato, con attività realizzate in Sardegna e non solo fuori secondo il principio dell’interesse e della sussidiarietà.

Questa Agenzia potrebbe essere un volano di sviluppo non solo per la zona ma per tutta la Sardegna, e non come ora che costituisce una violenta enclave coloniale e strumento di rapina e malattie per i sardi che neanche le briciole raccolgono della enorme ricchezza che dalla base del Salto di Qurra prende il volo per tutto il mondo.

Il Dossier che segue, vuole esse un contributo alla conoscenza di cosa veramente è il Poligono del Salto di Quirra oggi, nelle luci e sopratutto nelle ombre che coprono attività complesse e diverse.

Non tutte andrebbero conservate. Certe proibite altre incentivate.

Mi sono soffermato prevalentemente sulle attività missilistiche perché mi sono sembrate le meno conosciute e le più suscettibili di sviluppo civile.

Ringrazio i produttori di notizie, studi e dossier dei quali ho utilizzato prendendo da internet molto materiale senza citarli specificatamente. Spero che questo mio modesto contributo possa esse anch’esso utilizzato da chi vuole e come vuole senza citarmi per approfondire l’argomento e proporre eventuali modi di lotta o soluzioni.
 

Nel Poligono del Salto di Quirra piovono razzi

Recentemente ha destato scalpore il ritrovamento di un razzo esploso nel poligono di Quirra, durante i sopralluoghi seguiti al sequestro da parte della magistratura di oggetti e perimetri utili a identifica fattori di rischio per gli esseri umani.

Questi giorni un relitto di razzo è stato recuperato nelle reti dei pescatori locali.

Nulla di nuovo sotto il sole.

Il 16 aprile di qualche anno fa un missile francese Aster cadde presso un ovile.

Lo avevano cercato spasmodicamente e senza trovarlo tanto da far incuriosire per lo spiegamento di forze impegnate.

Quando fu trovato i responsabili s’affrettarono a dire che in effetti il pericolo era stato minimo in quanto non era stato armato con esplosivo, facendo intendere che fosse un solito missile terra-terra o terra-aria impegnato in una esercitazione militare.

In verità il missile Aster non è francese e non è ancora militare perché è in via di sperimentazione dalle aziende produttrici, anzi è civilissimo ed utilissimo per un business di una quantità enorme di milioni di euro, sperimentato non per esigenze militari ma per arricchire grandi aziende private, sulle spalle ed alla faccia dei sardi che lo porranno nel mercato internazionale delle armi, come evoluto scudo antimissile.

Il razzo Aster è italiano ed è il vettore del sistema antimissile Samp-t, antinave, antiraid aereo multiplo, anti Scud o antimissili, con la portata superiore ai 1000 Km ( superiore ai Patriot ) che sarà commercializzato dal consorzio italofrancese Eurosam ( Alenia difesa, Aèrospatiale e Thompson-CSF ) e che sarà venduto in tutto il mondo.

Per aver idea dell’affare si pensi che solo l’Italia prevede di acquisire sei batterie, e non è molto, per un costo complessivo di 1500 milioni di euro.

Il sistema che si sta sperimentando a Perdas de Fogu è già opzionato dall’Arabia Saudita e verrà acquistato da moltissimi paesi a peso d’oro. Non è un caso che stessero cercando a perdas scovaccadas il relitto del razzo caduto sulla testa del pastore ogliastrino per non rischiare di rivelare alla concorrenza i segreti tecnologici di valore enorme in esso evidentemente contenuti. 

Naturalmente l’Aster non viene sperimentato a Quirra dai militari bensì dai tecnici civili delle aziende del consorzio Eurosam che si riempirà di montagne di euro e di dollari alla faccia dei sardi che da questa attività tecnologica e commerciale non vedono e non vedranno neanche unu cittu ma forniscono il poligono indispensabile per la sperimentazione e con caratteristiche che non si possono trovare in nessuna parte d’Europa.

Ma l’affare Aster, come gli altri affari di sperimentazione in altri campi che si sono basati sull’uso spregiudicato del salto di Quirra, è niente a confronto del business questa volta tutto privato e civile del razzo lanciatore Vega che viene sperimentato nell’ormai finto militare poligono sardo.

Il centro di Salto di Quirra è centro missilistico inter-force sotto il comando dell’Aeronautica militare italiana.

Il piccolo lanciatore Vega – alto 30 metri con 3 metri di diametro massimo e 137 tonnellate di peso – nell’ambito della famiglia dei lanciatori dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), è stato progettato per il lancio di piccoli satelliti in orbita bassa, le prestazioni di riferimento sono 1.500 kg a 700 km in orbita polare SSO.


Storia delle attività missilistiche nel Salto di Quirra

Fin dalla sua inaugurazione il Poligono di Salto di Quirra ha svolto un ruolo rilevante nella storia delle attività spaziali italiane. Il poligono dipendeva infatti dal Reparto Studi e Munizioni dell’Aeronautica Militare, a capo del quale il generale Mario Pezzi aveva posto nel 1956 Luigi Broglio padre dell’astronautica italiana.

Nel 1959 il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Aeronautica militare lanciarono un programma per ricerche nell’alta atmosfera mediante razzi sonda.

Nel gennaio 1961 il CNR e la NASA National Aeronautics and Space Administration americana erano pronti a iniziare una serie coordinata di lanci di nubi di litio-sodio, effettuati con missili americani Nike-Cajun, dalle basi di Wallops Island in Virginia e del Salto di Quirra in Sardegna.

La misurazione delle correnti atmosferiche di alta quota era resa possibile dall’osservazione in contemporanea delle nubi di litio-sodio da varie stazioni di terra, sette delle quali erano italiane (cinque in Sardegna, una nel Poligono di Furbara e una a Borgo Piave .

Il primo lancio del programma NASA-CNR fu effettuato il 12 gennaio 191 con un razzo bistadio Nike-Cajun, caricato con una ventina di chili di polvere di sodio e litio, che venne rilasciata a 90 chilometri di quota.

Seguirono altri cinque lanci, tutti riusciti. Broglio e la sua squadra misero a segno anche un record, effettuando il primo lancio triplo in 24 ore nella storia di questo tipo di esperimenti, la sera del 19 e la mattina e la sera del 20 aprile 1961.

Grazie al risalto dato dalla stampa agli esperimenti si diffuse così per la prima volta la notizia che anche l’Italia è impegnata nelle attività spaziali e che possedeva un poligono di lancio.

Sempre grazie a questa "pubblicità" mediatica, la base di Salto di Quirra fu anche coinvolta in un gran numero di ricerche spaziali, in diversi settori di attività dell’ERSO EUROPEAN SPACE Reserarch Organisation.

Nel 1962 l’ESRO decise di effettuare una prima serie di otto lanci nell’ambito di un programma scientifico per lo studio dell’alta atmosfera e della ionosfera. Questi lanci, che rappresentavano tra l’altro il primo esperimento del neonato ente europeo, furono effettuati con razzi francesi Centaure e britannici Skylark La qualità del personale e delle attrezzature spinse l’organizzazione europea ad utilizzare il poligono fino al 1972, in base ad un accordo firmato nel 1967 a Parigi da Pierre Auger capo dell’ESRO.

I lanci di missilistici italiani venivano anche effettuati a partire da tre piattaforme marine, costruite in allora acque internazionali davanti a Malindi in Kenia.

Dalla piattaforma San Marco venivano effettuati i lanci e nelle altre erano i radar e la logistica in quanto vicine all’equatore e con campo libero verso l’est che rendevano agevole il lancio di satelliti, il primo satellite venne messo in orbita il 12 aprile 1967.

L’Italia con questo lancio entrò nel ristrettissimo club di lanciatori di satelliti, cosa che scatenò l’interesse internazionale e permise all’Italia di entrare nel ricchissimo e futuribile business civile e militare fra i paesi occidentali e sopratutto con la Francia e gli altri paesi europei. 

Non possedendo lanciatori adeguati alle ambizioni missilistiche, l’Italia pensò attraverso l’Aeronautica militare che gestiva le due basi, di dotarsi di un lanciatore potenziato da quatro booster dello Scout americano, o meglio dei suoi motori Algol del primo stadio a propellente solido, il cosiddetto San Marco Scout o Super Scout.

Ma questo programma non andò completamente in porto per motivi di ordine strategico e geopolitico.

Bisogna tener presente, per inquadrare la decisione di aprire il Salto di Quirra e la Piattaforma San Marco e produrre grandi motori a razzo con un gran investimento pubblico e l’impegno di militari, imprenditori ed università, come negli anni ’60 molti Stati ritenevano importantissimo e vitale per la loro sicurezza, detenere un potere di dissuasione nucleare, un deterrente, per ottenere il quale iniziarono più o meno segretamente a lavorare.

Alle frontiere italiane, oltre alla Francia, erano in corso le ricerche in Svizzera e sopratutto in Jugoslavia ed altri paesi balcanici.

Sentendosi circondata e nel timore della minaccia Jugoslava l’Italia iniziò un suo programma nucleare molto avanzato, data la presenza di una rinomata ed antica scuola di fisica nucleare ed iniziò anche un programma parallelo per dotarsi dei missili adeguati a lanci di ordigni nucleari. 

Parallelo al programma di nuclearizzazione venne varato il progetto che mirava alla produzione di un missile bistadio a propellente solido lanciabile da navi e sommergibili, affidato alla Marina militare e denominato Alfa.

Il programma Alfa non aveva nulla a che fare con il Super Scout dell’aeronautica, utilizzabile dalla base in Kenia sopratutto per fini propagandistici e di prestigio internazionale, anche se pur descritto come finalizzato alla ricerca scientifica sarebbe stato in grado di lanciare ordigni atomici proprio come l’ICMB Alfa affidato alla Marina che aveva finalità direttamente operative.

Naturalmente l’Aeronautica sosteneva che il suo personale addestrato a mettere in orbita satelliti ben avrebbe potuto operare per il controllo e l’indirizzo di missili nucleari sull’obiettivo.

Gli sforzi italiani vennero quindi concentrati sulla progettazione e produzione dell’Alfa in quanto un ICBM-Intercontinental Ballistic Missile italiano avrebbe senz’altro potuto essere utile per lanciare anche satelliti.

Il programma Alfa andò speditamente avanti perché era noto che la Jugoslavia stava continuando i suoi piani di nuclearizzazione, anche se i paesi vicini stavano aderendo sempre più numerosi al trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto da Usa, Regno Unito ed Unione Sovietica il 1° luglio 1968 ed entrato in vigore il 5 marzo 1970.

Tra il 1973 ed il 1975 il primo stadio, con un secondo senza combustibile dell’Alfa venne lanciato, dopo essere stato testato a terra molte volte, dal poligono interforze del Salto di Quirra

A seguito della firma italiana del trattato di non prolificazione, nel 2 maggio 1975, cessarono le ricerche nucleari a fini militari per la produzione di testate atomiche e per la produzione di missili intercontinentali ICBM quindi del progetto Alfa.

I militari e le industrie italiane avevano però, con queste attività, acquisito una sufficiente esperienza scientifica ed industriale utile a produrre grossi motori ad alta potenza, sopratutto a propellente solido da utilizzare in proprio o mettere sul mercato internazionale dei lanciatori.


Il Programma VEGA e le collaborazioni internazionali

Dopo la cessazione della corsa italiana alla bomba atomica avrebbero invece potuto proseguire i programmi per lanciatori di satelliti artificiali e ricerca scientifica, quindi anche il programma San marco Scout, ma il motore dello Scout era ormai superato in ogni senso per cui si decise di continuare con un progetto tutto italiano di lanciatore, chiamato Vega del quale si realizzò e provo inizialmente , sempre al Salto di Quirra, il motore Zefiro dell’ultimo stadio.

Venne anche deciso di proseguire la produzione del Vega, sotto direzione italiana, in collaborazione internazionale sopratutto con la Francia, sotto l’ombrello di Arianespace permettendo quindi di utilizzare il poligono francese per lanci satellitari pesanti di Kourou che situata in una colonia francese vicina all’equatore è fra le migliori al mondo per attività militari e commerciali di questo tipo.

Il programma di sviluppo del piccolo lanciatore Vega è un programma ESA (Agenzia Spaziale Europea) nel quale l’Italia ha un ruolo di primo piano, essendo il principale "azionista" del programma con una contribuzione pari al 65% del costo complessivo, altri Stati Partecipanti al programma sono: Francia, Spagna , Belgio, Olanda, Svizzera e Svezia.

Per meglio consolidare la leadership italiana nel programma l’ASI ha costituito con Avio la società ELV (partecipata al 70% da Avio ed al 30% da ASI) incaricata dall’ESA della gestione delle attività di sviluppo e qualifica in qualità di Primo Contraente industriale.

ESA, ASI e CNES hanno costituito, attraverso la finalizzazione di un accordo intergovernativo, un Team di progetto integrato (IPT Integrated Project Team) con sede a Frascati presso lo stabilimento ESA-ESRIN al quale partecipano rappresenti di tutte e tre le Agenzie.

Il lanciatore Vega è un motore molto potente prodotto da Fiat Avio e dalla Alenia Spazio.

Il P80 primo stadio del lanciatore Vega con le sue 88 ton. Testato a fuoco per la prima volta in Sardegna è attualmente il più grande motore monolitico mai realizzato a propellente solido. . 

A fine 2006 è stato effettuato con successo il primo test al banco statico presso il Centro Spaziale Guyanese a Kourou, poi confermato alla fine del 2007 dal pieno successo del test di qualifica eseguito sempre nella Guyana francese.

Nel 2009 ha infine superato le ultime fasi di qualifica e certificazione, ed è pronto per la armare il Vega, il lanciatore dell’ESA per piccoli satelliti, entrato in fase di sviluppo nel 1998, grazie al supporto di 7 stati membri dell’ESA (Italia,Francia, Belgio, Svizzera, Spagna Olanda e Svezia).

Nell’insieme il Vega è un veicolo a tre stadi a combustibile solido, con un modulo d’iniezione in orbita alimentato a combustibile liquido.

Zefiro 23 è il secondo stadio del lanciatore Vega con 23 ton. di combustibile.

Anch’esso prodotto con la tecnologia del Filament Winding, ha effettuato con successo il primo test al banco statico presso il Poligono Sperimentale del Salto di Quirra, in Sardegna, alla metà del 2006.

Un primo tiro di qualifica è avvenuto alla fine di marzo 2008, sempre presso il poligono interforze di Salto di Quirra .

Dal 2009 ha infine superato le ultime fasi di qualifica e certificazione, ed è pronto per la produzione.

Zefiro 23, il motore del secondo stadio del lanciatore europeo Vega ha superato con successo la prova di qualifica il 27 marzo 2008 sempre presso il poligono interforze di Salto di Quirra .

Le ultime prove di questi motori a razzo costituiscono una tappa fondamentale per la loro qualifica e completano il ciclo di prove eseguite negli anni 2006 e 2007. 

Si tratta di prova a fuoco al banco statico del motore interamente concepito e realizzato con tecnologie Italiane sviluppate presso gli stabilimenti Avio di Colleferro.

Le prove hanno consentito di verificare le caratteristiche funzionali e di missione necessarie per poter consentire l’avvio della fabbricazione dell’unità di volo.

Costruito negli stabilimenti di Avio a Colleferro, vicino Roma, il motore Zefiro 23 sarà il cuore del secondo stadio del lanciatore Vega dell’ESA.

Il primo test di accensione del motore del terzo stadio, lo Zefiro 9, ha avuto esito favorevole nel dicembre 2005.

Realizzati nell’ambito del programma dell’ESA per lo sviluppo di Vega, questi due test di accensione hanno fatto seguito ai tre test di accensione condotti sul prototipo Zefiro 16 nel 1998, 1999 e 2000. Per completare la fase di sviluppo e di qualifica, sia lo Zefiro 9 che lo Zefiro 23 sono stati sottoposti ciascuno a un ulteriore test di accensione a terra.

Durante la prova a fuoco sono state inoltre effettuate con successo le prove di attuazione dell’ugello mobile. Zefiro 23 ha una lunghezza di 7 metri e mezzo ed un diametro di 2 metri, pesa 26 tonnellate di cui 24 di propellente solido, entra in funzione a 107 secondi dall’inizio del lancio e la sua missione è quella di portare il lanciatore Vega da 44 a 100 km di quota. I differenti parametri, transitori di pressione, temperatura e velocità di combustione, profilo di spinta, controllo dell’orientamento tramite gli attuatori elettromeccanici hanno confermato il pieno successo della prova. Un appuntamento importante per il programma è stato realizzato alla fine giugno 2008 sempre al Poligono di Salto di Quirra quando si è svolta la prima prova di qualifica a fuoco del motore del terzo stadio a propellente solido Zefiro 9A.

 22 Dicembre 2005

Così segnalano i media : Fiamme, fumo e un rumore assordante: così si è presentato il primo test di accensione dello Zefiro 9, il motore a propellente solido del terzo stadio di Vega. Una prima analisi dei dati conferma che, a Salto de Quirra, nel sud est della Sardegna, tutto è andato per il verso giusto. 

Il motore Zefiro 9 ha un’altezza complessiva di 3,17 metri e un diametro di 1,92 metri. Contiene 10 tonnellate di propellente e fornisce una spinta massima di 305 kg (nel vuoto). Per i test di ieri, l’ugello è stato adattato alle condizioni atmosferiche al livello del mare, riducendo il suo rapporto di espansione da 58 a 16, abbassandone così la spinta a 280 kg.
 

Oltre al Vega a Quirra si collaudano a fuoco i motori pesanti della serie francese Ariane

Per sviluppare la collaborazione con Arianespace, nel 1985 Avio ha costruito nel poligono del Salto di Quirra-Capo San Lorenzo una struttura verticale per la verifica di funzionamento dei razzi dei lanciatori Ariane 3 e Ariane 4 e Ariane 5.

Recentemente, il sito è stato utilizzato per controllare il funzionamento dello Zefiro 16, il prototipo tecnologico della famiglia di motori Zefiro e il primo dei motori a razzo costruiti da Avio dotato di un guscio di composito.

Il quarto stadio del Vega, denominato AVUM, progettato da AVIO è un misto di tecnologie occidentali e russe,è alimentato con propellenti liquidi, tetrossido d’azoto e dimetilidrazina asimmetrica, notoriamente velenosissimi e cancerogeni come sostanze e come fumi di combustione.

Nuovo ruolo di Quirra dopo i disastri del Challenger americano e di Ariane 5 francese 

Bisogna adesso, per continuare, ricordare che  l’Europa come competitrice degli Usa e dell’Urss, oggi Russia, aveva creato un’Agenzia Spaziale unificata (l’ESA) che ha realizzato il lanciatore commerciale Ariane, nelle sue diverse e successive versioni da gestire tramite l’agenzia a struttura privata Arianespace.

La grossa novità dell’iniziativa europea consisteva in una innovativa distinzione di ruoli fra l’ESA si sobbarcava le spese di ricerca, sviluppo e qualificazione del lanciatore, cosa che avrebbe continuato a fare con tutti i nuovi lanciatori della famiglia mentre la gestione sarebbe stata affidata ad Arianespace, un’organizzazione di stampo privato e commerciale che avrebbe fornito un servizio di lancio a chiunque fosse interessato a pagarlo e si sarebbe mantenuta coi propri introiti.

In questo quadro,che cercherò di illustrare di seguito , il poligono del Salto di Quirra ha subito una mutazione genetica, conservando solo formalmente e per i lati più negativi la qualifica di area militare, diventando uno dei poli più importanti della rete di poligoni indirizzati al gigantesco e ricchissimo, quanto importante business aerospaziale mondiale e sopratutto europeo, del quale alla Sardegna rimangono solo briciole, limitazioni alla vita civile e veleni innominabili e irrintracciabili, almeno ufficialmente.

Gli italiani, si sono ritagliati in mezzo secolo un ruolo di tutto rispetto fra i paesi che possiedono la tecnologia dei razzi vettori per la messa in orbita di piccoli satelliti.

Si tratta di un mercato colossale: più di 35 miliardi di dollari.

L’Italia, in Europa, è stata la prima ad inviare in orbita un satellite nel 1964.

I satelliti fanno parte della nostra vita quotidiana.

Satelliti metereologici, televisivi, telefonici sono divenuti indispensabili alla nostra vita e parte integrante della nostra economia.

Si lavora al cellulare planetario e la televisione digitale ha aperto orizzonti impensabili solo pochi anni fa.

Ma anche altre attività meno note sono rese possibili dai satelliti che geostazionano a 36.00 km dalla terra per attività di controllo e spionaggio militare, economico e politico ma anche per cercare giacimenti di petrolio o di minerali.

Come per poter misurare i raccolti di mais, riso, grano e determinare i prezzi di mercato con mesi d’anticipo sul raccolto.

Altri servono a ritrovare i Tir rubati, mettono in collegamento computer in tutto il mondo, funzionano da cerca persone, controllano il livello dell’ozono e dell’effetto serra, monitorizzano l’inquinamento in terra e nel mare, svolgono ricerche scientifiche sempre più sofisticate. 

Non è difficile comprendere come il business sia colossale.

Arianespace che riunisce gli sforzi di 12 paesi europei controlla il 64% del mercato col suo razzo Ariane 4 e col più moderno Ariane 5.

Gli altri, compresi gli americani sono lontani.

Dopo la catastrofica perdita della navetta Challenger, il governo degli Stati Uniti pose fine al sistema STS Space transport System, concepito per ridurre drasticamente i costi di lancio di satelliti, rendendo superati i tutti i lanciatori precedentemente utilizzati.

Lo Space Shuttle avrebbe, come ha fatto per un certo tempo, posto in orbita satelliti, sia civili che militari in gran numero e anche contemporanemente, con alta frequenza di missioni, provveduto al recupero o alla loro manutenzione, in diverse altezze orbitali, costituendo un quasi monopolio americano.

L’incidente del Challenger ed in seguito del Columbia ha convinto gli americani che la vita umana è troppo importante per rischiare un mezzo con equipaggio per l’invio di satelliti in orbita, quando i sistemi convenzionali sono perfettamente in grado di compiere lo stesso lavoro. La scelta americana di ritornare per questa attività ai lanciatori convenzionali (che lo Shuttle avrebbe dovuto far sparire), unitamente al successo di Arianespace, hanno portato alla diffusione della commercializzazione dei lanciatori e di conseguenza alla valorizzazione del Poligono del Salto di Quirra dove vengono eseguiti fra l’altro, i collaudi dei potenti motori a razzo europei.

Ormai la possibilità di disporre di mezzi di accesso allo spazio rappresenta per molti Paesi un fattore determinante di autonomia economica e tecnologica strategica.

I Paesi detentori della tecnologia dei lanciatori sono le vere potenze spaziali capaci di condizionare il mercato e d’influenzare le scelte spaziali degli altri Paesi.

L’industria dei lanciatori è strategica in quanto gli ingenti investimenti che sono accessibili solo ai governi corrispondono ad un prodotto riproducibile e recuperabile dopo l’uso e che hanno avuto un grande ritorno economico con una buona stabilità occupazionale.

Ma soprattutto nel 1996 l’esplosione in volo di Ariane 5, assieme ai progressi nell’elettronica, informatica e delle nanotecnologie hanno indotto a sostituire buona parte dei compiti dei grandi razzi lanciatori con razzi più piccoli capaci di lanciare contemporaneamente molti satelliti più piccoli con maggiori guadagni e minori pericoli di perdite.

Il migliore lanciatore di questo tipo è proprio il Vega che fu sperimentato nel maggio del 1993, per la prima volta con le prove statiche, nel poligono del Salto di Quirra.

Il Vega, alto 30 metri e pesante 130 tonnellate è un lanciatore a tre stadi, a propellente solido, utilizzabile per mettere in orbita satelliti tra i 1000 e 1500 kg di carico utile, con diverse configurazioni a seconda del carico.

Il suo motore, testato in Sardegna, è applicato dal 2010 ai booster a propellente solido di Ariane 5 con una sinergia con Vega.

Vega è entrato nel programma dell’Agenzia spaziale europea e solo in Europa è iniziato lo sviluppo e la costruzione di almeno 13 razzi lanciati fra il 2007 ed il 2010.

Sono interessate a questo progetto le maggiori industrie europee fra le quali le italiane Fiat Avio, Bpd difesa e le maggior aziende del settore.

Si tratta di un indotto enorme che esiste solo nel continente europeo.

Ma il progetto Vega, come una parte del progetto Ariane 5 non potrebbe essere neanche pensato senza avere a disposizione in Europa un poligono come quello sardo dove effettuare le prove statiche e di volo dei motori e razzi lanciatori.

Il Salto di Quirra è una risorsa economica enorme, va tolto ai militari e consegnato ad una Autorità pubblico/privata che lo gestisca anche nell’interesse della Sardegna.

Se non fosse gestito come in una lontana colonia sarebbe una grande occasione di sviluppo e progresso per la Sardegna, ma occorrerebbe una mentalità nazionalitaria per rendere possibile questa realtà e acquisire la Sovranità necessaria per poter agire come Stato sardo e non come in colonia, anche in una condizione federale.

Per adesso, fatte salve le buone intenzioni e gli sforzi di tutti gli uomini e donne di buona volontà che affrontano il problema, a volte per la nostra ignoranza, per la nostra incapacità di non guardare la luna che il colonialista di turno ci indica, per il nostro precipitare negli ideologismi, per non avere un sufficiente approccio geopolitico, scientifico ed economico, per il non capire che il cuore della nostra vita e dei nostri atti e pensieri è la lotta per l’autodecisione nazionale e non il parteggiare per Franza o Ispagna, per accontentarci delle briciole che cadono dalla tavola del padrone, facciamo solo ridere chi ci sfrutta con le nostre obiezioni da ignoranti e pusillanimi e continua a trattarci come queruli piagnoni di colonia …

Ballade ballade bois

chi sos ballos sun sos bostros                                        

Cando ant a bènner sos nostros

amus a ballare nois
 

di MARIO CARBONI
Cagliari 9 febbraio 2011

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