Zona Franca e fiscalità di vantaggio: unico modello di sviluppo sardo

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    altL’altra sera un caro amico di Cagliari che si trova attualmente ad Aberdeen in Scozia per un master in diritto ambientale – General with emphasis in Energy Law – roba seria, mi scrive un messaggio su Facebook chiedendomi lumi riguardo l’istituzione della Zona Franca Integrale in Sardegna precisando, con tanto di link al seguito, che non è riuscito a trovare la notizia sulla stampa sarda. In tre righe gli ho spiegato il punto e, anche se senza toga, non ha esitato a sentenziare: Rivoluzione. Storia.

    Come dargli torto.

    L’istituzione della Zona franca Integrale non è solo l’unico argomento valido di politica economica in Sardegna ma è anche, e soprattutto, l’unica via d’uscita per il popolo sardo da una crisi che produrrà un nuovo modello economico incentrato non più sugli aiuto di stato, sulle sovvenzioni, sulle agevolazioni a pioggia ma sulla creazione di ricchezza. I detrattori, pochi per fortuna, oltre che sparare a zero sulla materia, dovrebbero prendersi la briga di farci conoscere una valida alternativa nel medio lungo periodo che in politica economica, per chi ne conosce le fondamenta, è indispensabile. Comunque non si scorgono aquile all’orizzonte. Chissà, magari sono impegnate a custodire il loro nido.

    Badiamo al sodo e puntiamo sui numeri.

    La richiesta di lavoro è superiore del 310% rispetto le opportunità.

    Il numero delle imprese protestate è aumentato del 26% nel 2012 e il trend 2013 non è migliore.

    PIL – 0,5% (fra i più bassi in Eurozona).

    Esportazioni – 0,6% (questo dato è gravissimo).

    Disoccupazione giovanile 48%, (1 su 2 a casa).

    Ventimila (!) unità in meno nell’industria negli ultimi 5 anni.

    Edilizia e artigianato – 5%. E’ come se avessero chiuso 6 Alcoa o 8 Carbosulcis.

    Il 23% delle famiglie sarde è a rischio povertà e il 9% a rischio indigenza.

    140 mila sardi non riuscirebbero a sostenere una spesa improvvisa di 800 euro (guai ammalarsi!).

    Senza poi considerare l’ulteriore giro di vite che è stato subìto dalle aziende dagli Istituti di Credito: il confronto tra l’erogato 2011 e l’erogato 2012 parla del -5,7%, con uno stock di impieghi di 2miliardi e 552 milioni di euro per tutto il comparto edile.

    A questo si devono aggiungere i ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Un tempo si falliva a causa dei debiti, oggi si rischia di fallire per effetto dei crediti.

    Questo è il quadro di una situazione quanto meno allarmante. Ma non è tutto. C’è un altro grande problema che riguarda in modo particolare i piccoli comuni, le zone montane e periferiche: lo spopolamento. Continuando di questo passo fra pochi anni la popolazione sarda dovrebbe diminuire del 20% e nel 2060 si calcola che i sardi non dovrebbero essere più di un milione. Stime e proiezioni che fanno venire i brividi.

    La maggior parte dei nostri rappresentanti, non si confronta su questi temi e con questi numeri. Sono abituati a parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare. Ma quanto ci piace parlare (sigh!) nei salotti e nei convegni. Il problema è che si parla di tutto tranne che dei problemi!

    Ci è voluta una sovraintendente di finanza e un avvocato libero e indipendente per iniziare a risolvere i problemi dell’isola e cercare di invertire quei numeri disastrosi di cui sopra. I primi che dopo 60 (sessanta) anni hanno trovato la vera soluzione alla crisi e hanno incalzato, forti della volontà popolare, la Giunta regionale e il Presidente della Regione affinché si iniziasse un percorso in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione economica e sociale. Sono bastate due delibere nelle quali si riportavano tutti gli elementi giuridici e le norme a favore della Sardegna. Null’altro, lo assicuro.

    Questo ha dell’incredibile. I nostri rappresentanti che hanno il sacrosanto dovere morale di rappresentarci hanno fatto tutto tranne che cercare di risolvere la gravissima e intollerabile crisi economica in Sardegna. Alcuni cercano tuttora di scoraggiare l’attivazione della Zona Franca Integrale e la fiscalità di vantaggio. Non dobbiamo mai più, mai più permettere che questi continuino a rappresentarci.

    In sintesi e per chiarezza i principali benefici, a legislazione vigente, delle zone franche doganali possono ricondursi a:

    le merci provenienti da un paese extra-comunitario godono di un’esenzione totale dai dazi e sono considerate ai fini dell’applicazione del dazio di importazione come merci non situate nel territorio doganale dell’Unione europea a condizione che vengano riesportate in paesi extra UE;

    la riscossione dei dazi doganali viene differita di 180 giorni dal momento in cui la merce lascia la zona franca per entrare in un altro paese dell’Unione europea;

    la merce può essere sottoposta a limitate operazioni di manipolazione/trasformazione che ne modificano la specie o lo stato (prodotti trasformati) che poi possono essere immessi in libera pratica.

    Questo dev’essere accompagnato dall’introduzione di agevolazioni di tipo fiscale in grado di creare reali condizioni di favore per attrarre gli investimenti nell’isola e quindi sostenere le imprese già localizzate e favorire la nascita di nuove imprese. Solo in questo modo si potranno preservare i posti di lavoro e favorirne di nuovi.

    Non voglio entrare nel merito delle argomentazioni giuridiche ma sono certo che la Sardegna possiede tutte le carte in regola sia da un punto di vista normativo che oggettivo (insularità, spopolamento etc..) per ottenere dalla Commissione europea misure in deroga favorevoli. E’ ovvio che tali misure devono essere richieste. Anzi pretese.

    Come sostengo da mesi, non ci sono altre soluzioni. In un sistema chiuso in cui il Governo non può più spendere a deficit (qui si potrebbe aprire un altro capitolo) l’unico modo per favorire lo sviluppo di un territorio è quello di attuare le condizioni economiche per creare impresa. Dobbiamo essere noi a creare ricchezza.

    Non ci sono altre vie d’uscita per ottenere il giusto riscatto e per rinascere dalle nostre ceneri. Adesso il Popolo sardo ne ha consapevolezza e esige correttezza e trasparenza dalla classe politica. Come è giusto che sia.

    La Sardegna è la terra più bella del mondo e noi non possiamo abbandonarla. Abbiamo il diritto di costruire la nostra vita accanto ai nostri cari e agli amici di sempre e non possiamo permettere che questo diritto ci venga negato. Non possiamo permetterlo, per noi stessi e per i nostri figli.

    Auspico che il mio amico, attualmente ad Aberdeen in Scozia, impari tanto e poi torni in Sardegna, perché c’è bisogno anche di lui. Nel nord Europa ci può tornare quando vuole. Per visitare i musei e fotografare i rosoni delle chiese anglicane. Con il pane carasau e il cannonau in valigia.

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